Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta arte. Mostra tutti i post

Evoluzione oltre l'oblio


C'era una grande scultura, probabilmente la più vista d'Italia (migliaia di automobilisti ogni giorno le passavano davanti) in stato di abbandono e progressivo degrado. E, parallelamente, c'era il ricordo del suo autore, la memoria collettiva delle sue opere, che sbiadiva, ed era ormai quasi totalmente inghiottito dall'oblio.

Una "grande impresa" di parti della società civile di Reggio Emilia ha messo fine a tutto questo: Evoluzione, la grande scultura che Franco Reggiani realizzò in omaggio al mito Ferrari, è stata tolta dall'aria autostradale di Calvetro, totalmente restaurata, rimontata nella sua nuova sede. E, al contempo, è stata realizzata una grande antologica su questo incredibile scultore, designer, inventore, carrozziere.

Difficile trovare un settore al quale il genio di Reggiani non si sia applicato: dalle  auto da corsa (in primis la mitica Ferrari "uovo", ma anche Cisitalia, Maserati, Stanguellini...) all'arredamento, le caffettiere, gli scacchi, la nautica, le moto... fino alle sperimentazioni più audaci con le materie plastiche (persino portali da chiesa in vetroresina!). 



Ma quello che più colpisce nella mostra "Franco Reggiani: Evoluzione dell'ingegno"  sono proprio le sculture in pietra, marmo, bronzo... Sembra quasi incredibile che il mondo dell'arte, in particolare quello della sua città, abbia potuto dimenticare un artista di questo livello. 

E' quindi auspicabile che questa riscoperta rappresenti un punto di partenza per un lavoro di ricerca  e rivalutazione su un artista che ha rappresentato, nel cuore della "motor valley", l'esempio più concreto di sintesi fra ricerca tecnica ed artistica.

Il catalogo della mostra è disponibile, oltre che nella versione cartacea, anche come iBook a questo link.





ciao Ciacci


BDA se n'è andato, e io non lo sapevo. L'ho scoperto impaginando il materiale dell'edizione di quest'anno di Vacanze coi Fiocchi che, giunta alla quattordicesima edizione, è sicuramente la più longeva campagna italiana per la sicurezza stradale; qui sotto, in anteprima, l'immagine 2013.




Che Margherita Hack, altra grande amica di Vacanze coi Fiocchi, ci aveva lasciato l'ho saputo, come tutti, dai media.  Bruno D'Alfonso (BDA) se n'è andato lo scorso 27 novembre. Negli anni 80 le sue storie di Ciacci su Linus mi facevano ridere molto; e sempre ho riso quando, prima per fax e poi per mail, mi inviava le sue splendide vignette, sempre in numero esuberante rispetto alle esigenze editoriali - la sua fantasia era vulcanica - per le campagne sociali del Centro Antartide. Le poche volte che l'ho sentito al telefono era sempre gentilissimo, disponibile, simpatico; col suo dolce accento romanesco talvolta si lamentava della vista, o di quanto fosse sempre più economicamente difficile, nel nostro paese, vivere di fumetti. Fra i tanti disegni splendidi, ho scelto questo, realizzato per una campagna sul problema degli escrementi dei cani, e rifiutato dal committente pubblico, a favore di una immagine più banale. Mi sembra indicativo della sua bravura e della sua straordinaria fantasia.
Ciao Ciacci...





aggiungere a Venezia



Aggiungere a venezia è forse impossibile, sicuramente rischioso. Venezia è già tanta, (per i futuristi persino troppa); anche dove manca, anche in un crollo, in un degrado, è comunque malia, cristallizzata nel proprio incantesimo di luci, riflessi, silenzi. 

"Il pizzo verticale delle facciate veneziane è il più bel disegno che il tempo-alias-acqua abbia lasciato sulla terraferma, in qualsiasi parte del globo" scrive Iosif Brodskij - parole definitive quelle di "Fondamenta degli incurabili": parlare di Venezia è parlare di tutto; e al tutto, per l'appunto, nulla si può aggiungere.
Per questo motivo mi accosto con diffidenza ai vari interventi che, biennalmente, "aggiungono" a pezzi della città arte e artifici, delle più varie provenienze geografiche; e presto li dimentico. Unico ricordo rimastomi, la magia dei "cristalli liquidi" di Plessi al Florian, giusto venti anni fa.

Poi, quando meno te lo aspetti, arriva la poesia a salvare il mondo. Foundation, l'installazione di Katrin Sigurdardottir che quest'anno rappresenta l'Islanda alla Biennale di Venezia, accende proprio l'invincibile fragilità della poesia in un angolo magico del magico giardino di Palazzo Zenobio.
All'interno della antica lavanderia abbandonata l'artista islandese  ha realizzato una piattaforma lignea sospesa di circa 90 mq, rivestita da formelle ceramiche che compongono un pavimento barocco. 
L’installazione è accessibile attraverso una scala che partendo dal giardino mette in comunicazione l’interno e l’esterno della Lavanderia; il pavimento sospeso rende ancora più basse le porticine, e bisogna chinarsi per passare da una stanza all'altra. L'intera struttura è staccata dalle pareti, a sottolineare ulteriormente l'estraneità del manufatto - a questo punto propriamente fisica, oltre che stilistica - dall'architettura preesistente. Il risultato è straniante...  e un po magico.








Banksy carosello



Christophe Pilate, giovane grafico e art director francese, co-fondatore del collettivo creativo From Paris, ha pensto di dare un nuovo volto al celebratissimo lavoro di Banksy. E quale modo migliore, per dissacrare un'artista dissacrante, che ribaltarne la poetica, da anti-sistema a puro marketing? 
Ecco allora che Brand+Banksy diventa Brandsky.





Una classica operazione di "cortocircuitazione" del senso; il famoso graffitista britannico stravolge l'immagine di un brand, il grafico francese stravolge il lavoro di Banksy riabbinandolo col brand. 

Varrebbe forse la pena anche di riflettere  su quanto marketing ci sia dietro il successo di Bansky, le centinaia di migliaia di euro pagati per le riproduzioni su tela delle sue opere, l'attenta gestione mediatica della sua "identità segreta"... Insomma di quanto oggi lo stesso Banksy sia, a tutti gli effetti, un brand...

Pulizia svizzera

Probabilmente un tipo così poteva nascere solo in Svizzera! Ursus Wehrli, artista e performer, è conosciuto principalmente per i suoi "Tidyng Up Art books",  libri d'arte dove "mette in ordine" le opere di famosi artisti (Jason Pollock, Van Gogh, Keith Haring...), organizzando gli oggetti che compaiono nei quadri, o gli stessi segni e tratti, secondo un ordine ossessivo; e per i video e gli spettacoli nei quali, con molta ironia, presenta le sue opere. 



Nel suo ultimo libro - "The Art of Clean Up" - la sua mania conpulsiva per l'ordine coinvolge i più disparati oggetti del mondo reale: dalle auto in un parcheggio ai cibi in un piatto... fino agli aghi di un pino! Inquietante...









libri contro auto






Le caratteristiche ricorrenti delle installazioni del collettivo artistico luzinterruptus sono l'uso della luce e dei rifiuti; significativi i cassonetti pieni di sporte da spesa luminose per il Gewerbemuseum di Winterthur (svizzera), o i contenitori di plastica usati e i led utilizzati per riempire una piscina pubblica abbandonata alla periferia di Madrid.
Nel caso del lavoro realizzato recentemente a Melbourne, in occasione del "Light in Winter festival" di Melbourne, evento dedicato a arte, workshop, spettacoli sul tema della luce. si tratta decisamente di "rifiuti speciali": diecimila libri "obsoleti" scartati dalle locali biblioteche, e raccolti per l'occasione dall' eEsercito della Salvezza.

L'obiettivo dell'installazione è chiaramente illustrato nel sito: "che un fiume di libri trabocchi dagli spazi pedonali installandosi nello spazio destinato alle auto, rubando spazio prezioso al traffico intenso della zona, in un gesto simbolico in cui la letteratura prende il controllo delle strade e conquista spazio pubblico, offrendo ai cittadini uno spazio dal quale il traffico si ritira, cedendo terreno alla modesta potenza della parola scritta." Al termine dell'installazione il pubblico ha potuto raccogliere i libri, e portarli nella propria personale biblioteca.







nell'aere...



Riprendo a scrivere sul blog, spinto dalle proteste di qualche aficionado, dopo lunga assenza; e mi scuso se lo faccio parlando di un lutto.
Ma in un luogo dove, in sostanza, si parla di creatività, non si può ignorare che anche Roberto Roversi ci ha lasciato. Vorrei ricordarlo con un "semi-inedito".

Quando nel 1999 uscì il primo numero di Centocieli, il periodico di educazione alla sostenibilità della Regione Emilia-Romagna, gli amici del Centro Antartide, che curano il progetto editoriale della testata (io mi occupo della direzione artistica), chiesero a tre grandi poeti italiani di scrivere qualcosa sugli elementi naturali; Erri De Luca si occupò del fuoco sul primo numero, Gregorio Scalise scrisse di acqua nel numero tre; e Roversi trattò, da par suo, il tema dell'aria nella seconda uscita (dicembre 99).

Un lungo pezzo (dovetti impaginarlo "spezzandolo" fra prima ed ultima pagina...), che riporto integralmente qui sotto, dove il poeta affronta, con leggerezza e profondità, le molteplici occasioni in cui, quotidianamente, nominiamo l'aria.



da Centocieli n.2 anno 1 dicembre 99 



POESIA DI UN ELEMENTO
ARIA ARIA ARIA

 •PRENDERE ARIA: da una cella a un
cortile, quindi ancora in cella.
•CON NASO ALL’ARIA: l’uomo in-
curiosito che guarda le stelle, la ragaz-
za fantasiosa, il giovane innamorato.
HO PRESO L’ARIA: il mariuolo che
vuol defilarsi e se la svigna, oppure il
ladrone supremo che con il biglietto
in tasca riempie di mazzette la valigia
prima di volare via.
•MI MANCA L’ARIA: mormora la
donna sola alla finestra, in un pome-
riggio afoso di luglio, nessuno per la
strada.
•DIAMO ARIA: dice la nuova inqui-
lina entrando in un appartamento d’af-
fitto, mentre spalanca tutti i vetri.
•CAMBIA L’ARIA: commenta il
pensionato rivolto all’amico, seduti su
una panchina, guardando il cielo. Op-
pure è il viaggiatore incostante, che si
muove per il mondo, appena è arrivato
con il desiderio sulla pelle in Patago-
nia.
•A MEZZ’ARIA: sta l’incertezza della
ragione che inquieta ricerca e si inter-
roga e ancora non sa dove approdare.
Oppure è una domanda non conclusa.
O una parola troppo carica di signifi-
cati profondi, che stenta a librarsi.
Oppure, ahimè, non reggendo si accin-
ge a sprofondare.
•ARIA ARIA ARIA!: è autoritario il
poliziotto verso gli spettatori che sono
intorno all’uomo insanguinato sul sel-
ciato. LASCIATELO RESPIRARE! Così
tanti cercano, alzando la testa, di guar-
dare da più lontano.
Un uomo accende una sigaretta e dice:
“Lo conoscevo, sembrava un bravo
ragazzo e invece ha ucciso moglie e
suocera e s’è sparato”.
“Succede, alle volte – commenta un
altro – le cose sono nell’aria e poi ca-
pitano così”.
•MANDO TUTTO ALL’ARIA: grida
la promessa sposa al ragazzo, e piange.
Quale sarà la ragione del contendere?
•SENTI CHE ARIA: dicevano donne
e uomini di cento anni fa, al primo
apparire di maggio, odorando prati e
colline. Allora accadevano le merende
sull’erba e altre cose ancora. Profumi
di fiori, l’ombra dei suoni delle cam-
pane. Che meraviglia! Peccato poi le
guerre, che scompigliavano tutto e
mandavano in malora uomini donne
vecchi bambini e prati. E le colline. E
i fiori. Anche gli alberi, le cui foglie
erano smosse dall’aria gentile delle
bombe.
•RESPIRA L’ARIA COL NASO: così
il padre sollecitava il figlioletto con il
singhiozzo.
•UN’ARIA IRRESPIRABLE: si dice
quando le cose nella vita sono nere.
Ebbene, quasi mortale questa che ci
pesa addosso. Che cala dal cielo por-
tata da venti improvvisi. Che è spri-
gionata dalla nostra avidità di tutti i
piaceri; dall'egoismo di correre correre
andare volare partire ritornare, quasi
fossimo noi soli al mondo. Intanto
l’aria nera graffia e brucia.
Ma questi sono certamente i nuovi
cieli; e questo è quello che è voluto
cercato promesso prodotto da noi.
Sommersi oramai dall’aria come gli
antichi dalla cenere eruttiva del Vesuvio.
Indifferenti e arroganti e stolidi, quan-
do il cielo sarà così scuro d’aria da non
consentirci di vedere i nostri piedi e
le nostre mani, allora ahi! non sarà più
possibile volare in vacanza qua e là
come parpaglioni impauriti, e sarà
anche inutile cercare di fuggire.
•ARIA FRITTA Il niente. Chi promette
tutto e non fa. Chi apre bocca solo per
sfiatare le parole, e dentro c’è il vuoto,
c’è il verme.
•TERRA ARIA TERRA: canta il missile
etico e intelligente, soavemente, men-
tre attraversa il cielo. E, sì, facendo
vibrare l’aria. Poi educato e precisino,
tutto lindo e pinto, si deposita con un
inchino sulla terra. E tutto scompare.
La terra l’aria case luci torri le spaven-
tate galline e i meravigliati rosignoli.
Le donne. I bambini. Nell’aria notturna
non ci sono più canti... 

domani accadrà


Per gli affezionati lettori del blog ho pensato al più banale dei regali: un calendario!
Ma, dato che bene o male in questa sede si sproloquia di creatività, almeno che l'anno non sia il prossimo!
Eccovi allora il mio calendario del 2040, che raccoglie alcune istantanee da me scattate, nel corso del 2039, all'interno o nelle immediate vicinanze del nostro ufficio (qui sopra vedete quella di marzo). Il calendario lo potete scaricare cliccando QUI. Se ci sono problemi potete richiederlo alla mia mail vittoriobeccari@katamail.com

Potete stamparlo, usare le immagini come salvaschermo, o farne qualsiasi uso vi sia gradito.
Con i migliori auguri di un nuovo anno sereno e creativo.

N.B. dato che un calendario si ripete ogni 28 anni, quello del 2040 vale anche per il 2068, e sarebbe stato utilizzabile anche nel lontano 2012...


calendar 2040

un anno di cieli


A History of the Sky è realmente la storia di un cielo: una storia che dura un anno, e racconta il cielo di San Francisco.

Per realizzare questo video Ken Murphy, musicista, artista e programmatore, ha utilizzato la tecnica del "time lapse" (cioè Un filmato ottenuto processando una serie di fotografie scattate in sequenza e opportunamente montate): tre milioni di foto, scattate ad intervalli di dieci secondi, ogni giorno per un anno, dal tetto della sede dell’Exploratorium, il museo della scienza di San Francisco. Le foto sono poi state montate in 365 filmati quotidiani, a loro volta raccolti in sequenza. L'autore ha definito quest'opera "mesmerizing" (ipnotica). Difficile dargli torto, specie se lo si guarda a schermo intero. (via www.designerblog.it)

l'uomo che contava il tempo


In questo caldo agosto, nei pressi di Roma, Roman Opalka ha smesso di contare il tempo; avrebbe compiuto ottanta anni fra tre settimane.
Sia che si ami svisceratamente l'arte concettuale, o che la si trovi insopportabile, non si può non riconoscere ad Opalka la paternità del progetto più estremo, coerente, assoluto in questo campo. Un'opera claustrofobica e titanica che, giorno dopo giorno, per oltre quarant'anni, ha preparato metodicamente proprio l'incontro fra il suo autore e la morte.

Nel 1965 Opalka, nato in Francia da genitori polacchi, ha tracciato nell'angolo superiore sinistro di una tela il numero 1. Da allora, per tutti i giorni della vita, ha aggiunto numeri successivi, passando ad una nuova tela quando la precedente era terminata.

Tele tutte rigorosamente uguali, di cm. 196x135 (la dimensione della porta del suo studio), così come la calligrafia ed il colore dei numeri (il bianco). Solo una cosa è cambiata negli anni: il colore di fondo - dapprima il nero, poi schiarito dall'aggiunta lentissima e progressiva di velature di 1% di bianco, fino a raggiungere il totale bianco su bianco.




Dal 1972 Opalka introdusse una variante al suo rituale: ogni sera, a fine lavoro, scattava una fotrografia in bianco e nero del proprio volto - sempre nella stessa posa e con la stessa espressione, sempre in camicia bianca - e registrava la propria voce mentre elenca in polacco i numeri dipinti nella giornata.
Così al progressivo sbiancarsi delle tele corrisponde lo sbiadire di una fisionomia scavata e incanutita dalla vecchiaia, e di una voce sempre più anziana.
La sua prima tela si intitolava «Opalka. 1965/1-infinito»; le seguenti, naturalmente, si intitolano con la numerazione progressiva.




Ora il lavoro di Opalka è terminato; la testimonianza certosina dello sgretolamento dell'esistenza individuale (e quindi di qualunque esistenza) ha trovato compimento, anticipato dal biancore accecante di numeri bianchi invisibili su tele bianche...


La vendetta del vinile



La riscossa del vinile pare inarrestabile; mentre il CD, che doveva essere il sistema definitivo, è già in agonia dopo pochi decenni, il vecchio LP conosce una seconda, radiosa giovinezza.

Nicolas Lesaffre , pubblicitario e artista digitale francese, lo ha posto al centro di un clamoroso cortometraggio: Vinyl’s Attack.

L'attacco alieno "vinilico" è rappresentato con straordinaria abilità, riprendendo elementi dei vecchi b-movies di fantascienza e di classici del cinema, da Metropolis a King Kong.

Un esercizio di stile divertito e divertente, con finalino non banale.

arte esplosiva


Incidere è, fin dagli albori dell'espressione artistica, un modo di rappresentare.

Sono graffiti le prime opere umane conosciute, sono incise (su legno, poi su metallo) le matrici delle prime tecniche di stampa, che hanno consentito il passaggio dall'opera singola all'opera multipla.

Alexandre Farto alias Vhils, applica la tecnica del graffito ad una una particolare forma di street art, incidendo l'intonaco dei muri con il martello pneumatico.



Ma per realizzre il videoclip per la band portoghese degli Orelha negra, Vhils ha sperimentato una tecnica molto più "esplosiva", scolpendo il muro con cariche detonanti.



seguire la mappa




Bene, il nuovo anno è iniziato da un pò, e conviene cercare di orientarsi in questo prossimo futuro. Così il primo post dell'anno nuovo lo dedico alle mappe.
Nel caso particolare, quelle che Mattew Cusick utilizza per realizzare le sue opere. Questo artista di Dallas, infatti, utilizza per i suoi collages esclusivamente porzioni di vecchie cartine e mappe geografiche, con risultati a volte sorprendenti.







quadri scritti, racconti dipinti

Un amico mi ha così rimproverato: "nel tuo blog in teoria si parla anche di arte, ma arte normale non ne metti mai" - intendendo per arte normale la pittura.
E allora, ecco qui un quadro:



Certo come quadro non è granchè; e la qualità della foto è pessima. Eppure riuscire a rintracciare questa immagine nella rete per me è stata una soddisfazione. Mi hanno sempre affascinato i quadri che riescono ad ispirare pensatori, autori, artisti, di altre discipline (basti pensare al ruolo dell' Angelus Novus di Klee nelle Tesi di filosofia della storia di Benjamin).
Bene, "La Sosta" (die fermate- Gesellschaft in einer italienischen Locanda - 1814) , il quadro qui sopra, è il protagonista assoluto di un racconto di E.T.A. Hoffman.
E ogni volta che mi è capitato di rileggerlo (Hoffmann è uno di quegli autori ai quali ogni tanto faccio visita) ho cercato di immaginare il quadro.
Questa la descrizione che ne fa lo scrittore:

"Un chioschetto ricoperto di rigogliosa vegetazione, un tavolo con sopra vino e frutta, due signore italiane sedute l'una di fronte all'altra, al tavolo medesimo - una canta, l'altra suona la chitarra - in piedi fra le due, un abate fa da direttore d'orchestra: col braccio alzato, pronto a dare il battere alla chitarrista perché attacchi sicura l'accordo di dominante, attende la conclusione del lungo trillo di cadenza che la cantante sta eseguendo, gli occhi rivolti al cielo. L'abate è tutto meraviglia, godimento, tensione.., per nulla al mondo vorrebbe fallire l'esattezza dell'attacco.., quasi non osa respirare... se potesse, imbavaglierebbe persino i moscerini e le api per impedir loro di ronzare... in quel momento supremo tanto più l'indispone il sopraggiungere dell'oste indaffarato, col vino ordinato poc'anzi... In prospettiva, una pergola, solcata da strisce di luce abbagliante: laggiù si è fermato un cavaliere a rinfrescarsi con una bevanda senza scendere di sella..."


Oggi, grazie a internet, ho potuto finalmente farmi un'idea, per quanto approssimativa, del quadro; e ho potuto scoprire che non solo è giunto fino a noi da quella lontana mostra del 1814 in cui lo vide Hoffmann, ma anche che è oggi stabilmente esposto presso la "Neue Pinakothek"

di Monaco. Nel racconto i due protagonisti (facilmente identificabili con lo scrittore e un suo amico) dopo aver visto il quadro in una mostra, si recano in una taverna; e l'uno racconta all'altro di aver assistito personalmente alla scena ritratta dal pittore.

Come osserva Michele Cometa nel suo saggio "Descrizione e desiderio: I quadri viventi di E.T.A. Hoffmann" (Meltemi editore, 2005) :


"Lo schema proposto dal racconto è (...) quello abbastanza lineare di un dipinto che viene descritto da un narratore (che poi si sovrappone al protagonista) e che proietta sulla realtà, attraverso un turbamento che è tipico dell'esperienza fantastica, un brivido che consente una sorta di flashback. Quadro e vita stanno in fin dei conti su un unico piano, la loro relazione è sostanzialmente biunivoca se non fosse, da qui l'ottica serapiontica, che un terzo elemento, tipicamente la musica, afferma il principio che tutta questa realtà, sia pittorica che umana, deve essere appunto derealizzata perché l'arte possa trionfare. La musica, quella musica interiore che è vera arte, esiste solo allorché l'artista si decide a sottrarre alla propria ispirazione ogni fondamento troppo umano."


In questo stanno da un lato il carattere profondamente "romantico" dell'arte di Hoffmann, dall'altro la centralità della sua altra grande vocazione artistica: quella del musicista.


Quanto al pittore de "La Sosta", J. E. Hummel, di lui non è rimasta grande eco. I testi di storia dell'arte gli dedicano poche righe, e solitamente fra le sue opere citano solo la "Vasca di granito" (Granitschale im Berliner Lustgarten 1831).




Hummel in precedenza aveva realizzato un quadro ed alcuni studi, di grande realismo, che ritraggono la costruzione di questa impressionante vasca di oltre 70 tonnellate, creata da un unico blocco di granito; un'opera scultorea straordinaria, soprattutto in relazione ai mezzi tecnici dell'epoca (1828).



La grande vasca troneggia tuttora a Berlino al centro del Lustgarten, (il giardino del piacere) e, a quanto pare, continua a "funzionare" come soggetto ispiratore:




Questa stampa ink-jet su carta del fotografo iperrealista canadese Scott McFarland si intitola: "the granite bowl in the Berlin Lust Garden - after Johann Erdmann Hummel".

Per realizzare le sue immagini McFarland usa nmerosi scatti dello stesso soggetto, realizzati nell'arco di giorni, mesi e, talvolta, anni, e poi li compone in digitale; lo scopo è superare il concetto di fotografia come immagine che isola un singolo istante spazio/temporale.

Anche nel caso dell'immagine della Vasca i personaggi sono stati ripresi in giorni diversi; al centro i due ragazzi che volgono le spalle all'opera scultorea, a simboleggiare la frattura fra le nuove generazioni e la cultura classica (richiamata anche nella citazione esplicita del quadro di Hummel contenuta nel titolo del lavoro).

Qui trovate altri lavori del fotografo canadese e notizie biografiche.


Il mio amico/lettore non me ne vorrà se, per parlare di un quadro, siamo finiti a trattare di letteratura, musica, scultura... e persino fotografia! (sarà "arte normale"? Ai posteri...)